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La cura dei sani: prevenire prima che la malattia arrivi

La cura dei sani: prevenire prima che la malattia arrivi
Intervista alla Prof.ssa Licia Iacoviello: come la medicina di precisione trasforma la prevenzione in un percorso su misura per ogni persona. Direttrice del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell'IRCSS Neuromed, Professoressa di Salute Pubblica all'Università LUM e responsabile dello studio Moli-sani, oltre 25.000 persone seguite per vent'anni nel più grande progetto epidemiologico longitudinale italiano. La Prof.ssa Licia Iacoviello ha costruito la sua carriera attorno a un'idea rivoluzionaria: la medicina più efficace non è quella che cura i malati, ma quella che impedisce alle persone sane di ammalarsi. Oggi, con HEAL Italia, sta portando questa visione a scala nazionale.

Professoressa Iacoviello, ci racconta di lei e del suo lavoro: cosa fa ogni giorno e qual è la sua ricerca in questo momento?

Dirigo il Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’IRCSS Neuromed e sono professore di salute pubblica all’Università LUM. Il mio lavoro si concentra nell’identificazione dei fattori di rischio per le malattie cronico-degenerative — quelle che affliggono di più la popolazione italiana, europea e mondiale: malattie cardiovascolari, tumori, malattie neurodegenerative, malattie metaboliche come il diabete. E lo facciamo rivolgendoci in primo luogo alla popolazione sana. Noi facciamo quella che amiamo definire la cura dei sani. Non vogliamo intervenire soltanto quando una persona si è ammalata, ma vorremmo evitare che le persone si ammalino. Come? Facendo prevenzione.

Ma una prevenzione diversa da quella tradizionale, giusto?

Esattamente. La prevenzione può essere fatta in maniera indistinta su tutta la popolazione, ma la grande tecnologia e i grandi avanzamenti sia nelle tecnologie omiche, sia nella capacità di elaborare i dati attraverso l’intelligenza artificiale, oggi ci permettono di fare modelli di predizione del rischio molto precisi e sempre più personalizzati. Noi non andiamo a dire semplicemente chi, in una popolazione, ha più probabilità di ammalarsi nei prossimi dieci anni rispetto a un’altra persona. Ci concentriamo sul singolo individuo: cerchiamo di capire qual è la probabilità di quella persona, ma soprattutto quali sono le cose che impattano di più proprio su di lei.

Quello che HEAL Italia ci sta permettendo di fare, grazie al suo finanziamento e alla possibilità di fare rete con tanti altri esperti, è capire: io di cosa ho più bisogno? Di smettere di fumare, di mangiare meglio, di fare un’ora di corsa al giorno, di mitigare il mio stress? Questo, per prevenire le malattie.

A chi si rivolge questa medicina? C’è una categoria specifica di pazienti?

La medicina di precisione è rivolta a tutti. Non c’è una categoria particolare, perché non riguarda soltanto le persone malate — a cui serve per avere diagnosi più precise e terapie più efficaci — ma serve anche alle persone sane, per avere percorsi di prevenzione personalizzati. E serve al sistema sanitario nazionale, perché orientando i processi di prevenzione e personalizzando le terapie, si riduce la spesa sanitaria e si rendono le risorse più disponibili per curare meglio altre malattie.

Come funziona concretamente questa personalizzazione? Cosa abbiamo oggi che non avevamo prima?

Oggi abbiamo a disposizione molto di più di quello su cui si è basata la medicina tradizionale. Sappiamo sempre di più che è importante l’ambiente in cui viviamo — se abitiamo di fronte a un parco o a una fabbrica, se siamo in una città super urbanizzata o in campagna. Ma abbiamo anche tante informazioni sul nostro funzionamento biologico: con le omiche, con la tecnologia di esplorazione del genoma e del metaboloma, possiamo avere informazioni enormi su come siamo fatti e su come il nostro organismo risponde agli stimoli esterni.

Tutte queste informazioni ci servono per costruire su ognuno di noi un quadro preciso — proprio come un abito cucito addosso alle persone. A noi piace dire che la conoscenza medica, sia delle malattie sia della prevenzione, era un po’ come la notte nera in cui tutte le vacche sono uguali. Abbiamo l’aspirina, abbiamo le statine, abbiamo gli antitumorali — ma sono uguali per tutti. Noi vogliamo colorare quel paziente. E come lo coloriamo? Andando a identificare il suo profilo, specifico e unico, fatto da tutte le sue esposizioni: ambientali, biologiche, comportamentali.

Un profilo che può anche indicare dove intervenire in modo prioritario?

Esattamente. Se noi mettiamo tutte queste informazioni insieme, riusciamo a dire a quella persona: tu sei esposta a questo rischio di malattia, e questi sono i fattori su cui devi insistere con la prevenzione. È inutile fare due ore di palestra al giorno se per te è molto più impattante vivere in un ambiente tranquillo. È inutile cercare disperatamente di perdere venti chili se la cosa più importante è smettere di fumare. Questo è un cambiamento veramente incredibile dell’approccio alla salute: ci fa vivere meglio, ci fa diagnosticare meglio, ci fa essere più efficaci — e fa risparmiare al sistema sanitario risorse che possono essere ridirette per nuove scoperte e per migliorare le terapie.

Ci sono però anche preoccupazioni da parte dei cittadini. Quali?

Le aspettative sono quelle di poter essere curati in maniera più efficace e personalizzata — pensi a un paziente con un tumore, sapere di poter testare la terapia sulle proprie cellule prima di somministrarla è una prospettiva molto rassicurante. Le paure, invece, sono tre. La prima è la mancanza di conoscenza dell’argomento: non la capisco, è sconosciuta. La seconda è la paura per la privacy, che i dati possano diventare di dominio pubblico. La terza è la paura dell’ingiustizia: questi esami sono costosi, saranno solo per i ricchi?

Come risolviamo tutto questo? Associando alla ricerca sempre una grande comunicazione. Perché se noi facciamo ricerca e non lo diciamo alle persone, non glielo spieghiamo in maniera comprensibile, le nostre ricerche non sono poi così utili.

Lei ha coordinato per vent’anni lo studio Moli-sani, che ha coinvolto oltre 25.000 persone. Ci racconta come la comunicazione è stata parte integrante di quel progetto?

Per lo studio Moli-sani una delle preoccupazioni più frequenti dei partecipanti era sempre la stessa: “Voi poi vi vendete i nostri dati a Google, a qualche multinazionale.” Le persone hanno molta paura di essere manipolate. E hanno bisogno di essere coinvolte in quello che si fa. Per questo abbiamo lavorato molto insieme ai comunicatori — abbiamo sviluppato il progetto anche con giornalisti e divulgatori scientifici, e abbiamo sempre affiancato allo studio una parte di comunicazione fatta in vari modi: newsletter, calendari, incontri in piazza, nelle parrocchie, nei comuni. Più si spiega alle persone cosa si fa, più sono felici di contribuire alla ricerca e hanno meno paura di ciò che è nuovo.

Quale valore aggiunto porta una rete come HEAL Italia a questo tipo di ricerca?

È fondamentale, perché questo tipo di approccio richiede la multidisciplinarietà. Non si arriva alla medicina di precisione da soli. Non ci possono arrivare solo i medici: i medici hanno bisogno di ingegneri, bioinformatici, bioeticisti, avvocati, filosofi, biotecnologi, data scientist. Se non si ha la capacità di parlare con tutte queste diverse competenze, non si può fare questo tipo di scienza.

Un progetto come HEAL Italia, che ha messo insieme expertise completamente diverse, ha proprio favorito questo. E sono sicura che da HEAL Italia nascerà tantissima progettualità, anche al di fuori dei canali delineati dal progetto stesso.

Come immagina la vita quotidiana di una persona quando la medicina di precisione sarà routine?

Sarà una persona che produrrà dati senza saperlo — dallo smartwatch al navigatore della macchina — ma con la consapevolezza che quei dati vengono utilizzati per migliorare la precisione della sua cura. Faccio un esempio concreto. Una donna giovane potrebbe essere esposta a un rischio di carcinoma della mammella in maniera non ancora identificata dai metodi di screening attuali, che partono da una certa fascia di età. Eppure l’età di insorgenza del tumore al seno si sta abbassando. Sulla base del suo profilo genetico, quella donna potrebbe fare uno screening anticipato, ricevere una diagnosi precoce, e avere così possibilità di guarigione enormemente superiori. Questo vale per i tumori, ma vale per tutte le patologie.

Quali figure professionali serviranno in questo futuro?

Abbiamo bisogno dei medici, degli epidemiologi, del personale sanitario — ma anche di ingegneri, data scientist, statistici, bioinformatici. E siccome abbiamo a che fare con dati, abbiamo bisogno anche di bioeticisti e giuristi specializzati nella protezione dei dati. Quello che deve cambiare nell’educazione è smettere di renderla così monotematica: bisogna creare canali di incrocio tra le discipline. La doppia laurea in medicina e ingegneria è un esempio. E bisogna insegnare le nuove materie — l’informatica, l’intelligenza artificiale, i big data — a partire dalle scuole elementari, invece di demonizzarle.

Un messaggio per chi oggi studia per diventare medico o ricercatore?

Non bisogna aver paura né del nuovo né della tecnologia. Bisogna usarla, ma con la testa, con intelligenza, imparando ad usarla. Io non vieto ai miei studenti di usare ChatGPT — anzi li invito a usarlo, e facciamo sessioni di confronto sull’uso critico dell’intelligenza artificiale. Uno studente che non sa usare un supporto di AI oggi è uno studente che non ha acquisito le conoscenze che gli servono domani per fare il suo lavoro. Quindi non abbiate paura, usatele. Ma usatele con intelligenza.

La Prof.ssa Iacoviello e il team di HEAL Italia lavorano ogni giorno per trasformare questa visione in realtà: una medicina che conosce ogni individuo prima che si ammali, che usa i dati per costruire prevenzione su misura, e che considera la comunicazione con i cittadini non un accessorio della ricerca, ma una sua parte costitutiva.

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