Skip to content

Dal laboratorio al mercato: le sfide del trasferimento tecnologico nella medicina di precisione

Dal laboratorio al mercato: le sfide del trasferimento tecnologico nella medicina di precisione
Dott. Bernardo Giua Marassi

Dott. Bernardo Giua Marassi

Responsabile politica industriale e partnership Opella healthcare (gruppo Sanofi) - Partner privato Fondazione HEAL ITALIA
Durante il Primo Convegno Nazionale del Centro di Medicina di Precisione HEAL ITALIA per le Malattie Rare, tenutosi ad Ancona il 28 febbraio 2025, il Prof. Bernardo Giua Marassi, responsabile della politica industriale e delle partnership per Sanofi, ha offerto una prospettiva tanto rara quanto preziosa: quella dell'industria farmaceutica. Con un intervento caratterizzato da franchezza e concretezza, Giua Marassi ha analizzato le criticità che ostacolano il trasferimento tecnologico tra mondo accademico e industria, proponendo soluzioni pragmatiche per colmare il divario tra scoperta scientifica e prodotto terapeutico.

Il punto di partenza dell’analisi del Prof. Giua Marassi è un dato sorprendente e preoccupante. “Sono andato a chiedere a ChatGPT: quanti di questi brevetti nati nell’accademia diventano poi prodotti commerciali, farmaci o soluzioni utilizzabili? Beh, nemmeno ChatGPT è riuscito a darmi una risposta precisa”, ha esordito con ironia.
La mancanza di dati precisi è già di per sé sintomatica di un problema: il sistema non monitora efficacemente il proprio tasso di successo nel trasformare ricerca in innovazione. Tuttavia, i numeri disponibili tracciano un quadro chiaro. Nel 2023 in Italia sono stati concessi 3.221 brevetti nazionali per invenzione, con un incremento del 12,2% rispetto al 2022, e sono state presentate 4.773 domande di brevetto europeo.
Eppure, nonostante questa apparente vitalità dell’innovazione italiana, la quota sul totale delle domande europee è diminuita. Ancora più preoccupante è la bassa percentuale italiana nei settori tecnologici legati alla salute (healthtech) e all’informazione (ICT), proprio i settori cruciali per la medicina di precisione.
Il dato più significativo riguarda però la percentuale di brevetti che si trasformano effettivamente in prodotti. Secondo le stime, si tratta del 5-10% nel migliore dei casi, ma altri dati indicano cifre ancora più basse, tra l’1 e il 2%. “Comunque, almeno il 90% dei brevetti resta nel cassetto delle università”, ha concluso Giua Marassi con franchezza.
Questo significa che l’enorme sforzo intellettuale ed economico investito nella ricerca pubblica produce risultati che, nella stragrande maggioranza dei casi, non raggiungono mai i pazienti. Un’inefficienza sistemica che, nel campo delle malattie rare dove ogni opportunità terapeutica è preziosa, diventa particolarmente grave.

Teoria e realtà del tech transfer: un abisso
In teoria, il modello di collaborazione tra accademia e industria è perfetto e complementare. L’accademia fornisce innovazione, know-how scientifico e ricerca di base, mentre l’industria offre capacità di sviluppo, produzione, regolamentazione e commercializzazione. Si parla spesso di partnership pubblico-privato, consorzi di ricerca, incubatori, spin-off accademici.
“Ma tra teoria e realtà c’è un abisso”, ha affermato senza mezzi termini il Prof. Giua Marassi. Questo abisso è alimentato da sei categorie principali di ostacoli che impediscono il trasferimento efficace della tecnologia dal laboratorio al mercato.

Le sei sfide del trasferimento tecnologico

1. Obiettivi divergenti
Il primo ostacolo è di natura culturale e strategica: accademia e industria hanno obiettivi fondamentalmente diversi. L’accademia vuole pubblicare, diffondere la conoscenza, formare giovani ricercatori, avanzare la comprensione scientifica. Il successo accademico si misura in pubblicazioni su riviste prestigiose, citazioni, riconoscimenti della comunità scientifica.
L’industria, invece, vuole sviluppare e vendere prodotti che migliorino la vita dei pazienti generando al contempo un ritorno economico per gli investitori. Il successo industriale si misura in farmaci approvati, pazienti trattati, fatturato, profitti.
Queste differenze non sono superficiali: determinano priorità diverse, tempistiche diverse, criteri di valutazione diversi. Un ricercatore accademico può essere perfettamente soddisfatto di aver pubblicato un articolo che dimostra un nuovo meccanismo molecolare, anche se quel meccanismo sarà difficile da tradurre in terapia. Un’azienda farmaceutica valuterà invece quella scoperta in base alla sua “druggability” – la possibilità concreta di sviluppare un farmaco basato su quel meccanismo.

2. Burocrazia e complessità amministrativa
I processi di licensing sono lenti e complessi. Negoziare la proprietà intellettuale tra università e aziende richiede mesi, a volte anni. La gestione dei brevetti è complicata e costosa. Le università spesso non hanno uffici di trasferimento tecnologico adeguatamente dotati di personale esperto.
Questa lentezza burocratica è particolarmente dannosa in settori come quello farmaceutico, dove i tempi sono cruciali. Un ritardo di un anno nell’iniziare uno sviluppo preclinico può significare un anno in meno di protezione brevettuale quando il farmaco arriverà sul mercato, con enormi implicazioni economiche.

3. Barriere culturali
Accademia e industria operano con mentalità, linguaggi e tempistiche profondamente diverse. Come ha spiegato Giua Marassi, “L’industria ha bisogno di oggi, l’accademia lavora sul lungo periodo”.
Un ricercatore accademico può dedicare anni a perfezionare una tecnica o a comprendere tutti i dettagli di un meccanismo biologico. Un project manager industriale deve rispettare milestone precise, budget definiti, scadenze stringenti. Queste differenze creano incomprensioni e frustrazione reciproca.
Inoltre, esiste spesso una mancanza di comprensione reciproca: i ricercatori accademici possono non capire i vincoli regolatori e commerciali che guidano le decisioni industriali, mentre i manager industriali possono non apprezzare le complessità scientifiche e la necessità di esplorare ipotesi che potrebbero non avere un’applicazione immediata.

4. Sostenibilità economica
I fondi per la ricerca e lo sviluppo clinico sono limitati. La ricerca accademica è tipicamente finanziata con grant competitivi di durata limitata (2-5 anni) e con budget relativi modesti. Sviluppare un farmaco dalla scoperta iniziale all’approvazione regolatoria richiede invece centinaia di milioni di euro e 10-15 anni.
Esiste quindi un “valle della morte” – la death valley del finanziamento – tra la fine del finanziamento della ricerca di base e l’inizio dell’interesse industriale. Una scoperta promettente può rimanere bloccata in questa valle perché è troppo avanzata per i finanziamenti accademici ma troppo prematura per l’investimento industriale.
Come ha sottolineato Giua Marassi, “anche dopo la fase di ricerca, servono capitali per industrializzare”. Non basta avere un principio attivo promettente: bisogna sviluppare il processo di produzione, condurre gli studi clinici, ottenere le approvazioni regolatorie, organizzare la distribuzione.

5. Accesso ai dati
Mancano standard chiari per la gestione e la condivisione delle informazioni cliniche e biologiche. L’industria ha bisogno di sapere quanti pazienti esistono per una certa patologia, dove sono localizzati, quali caratteristiche hanno, se c’è materiale biologico disponibile nelle biobanche.
“Senza dati, non si investe”, ha affermato categoricamente Giua Marassi. Un’azienda farmaceutica non può decidere di investire decine di milioni di euro nello sviluppo di un farmaco per una malattia rara se non ha una stima affidabile della popolazione di pazienti potenziali.
Le biobanche e i registri di pazienti sono cruciali, ma devono essere organizzati in modo da rendere le informazioni accessibili rispettando la privacy. Serve interoperabilità tra diversi sistemi, standardizzazione dei protocolli di raccolta dati, chiarezza su come le aziende possono accedere a queste risorse.

6. Regolamentazione incerta
Nel campo della medicina di precisione e delle malattie rare, non è ancora chiaro come validare approcci nuovi. Le agenzie regolatorie come EMA e FDA stanno ancora definendo i framework per valutare terapie personalizzate, terapie geniche, diagnostici companion.
Giua Marassi ha ricordato un dato impressionante: “Sulle malattie rare ne esistono 8.000 ma solo per 300 c’è una terapia”. Questo significa che per il 96% delle malattie rare non esiste ancora alcun trattamento approvato. L’incertezza regolatoria contribuisce a questa situazione, scoraggiando gli investimenti in un campo già rischioso.
Proposte concrete per colmare il divario
Dopo aver diagnosticato i problemi, il Prof. Giua Marassi ha proposto soluzioni concrete, basate sulla sua esperienza diretta nel settore.

Modelli di partnership flessibili
Serve creare modelli di collaborazione con incentivi bilanciati e gestione più fluida della proprietà intellettuale. Non esiste un unico modello valido per tutti i casi: alcune collaborazioni funzionano meglio con licenze esclusive, altre con licenze non esclusive, altre ancora con joint venture o spin-off.
Gli incentivi devono essere allineati: l’università deve beneficiare economicamente del successo commerciale delle sue scoperte, ma non in modo da rendere proibitivo il costo del licensing per l’azienda. I ricercatori individuali devono essere riconosciuti e premiati, ma senza creare conflitti di interesse che compromettano l’obiettività scientifica.

Semplificazione del processo
È necessario un quadro normativo chiaro e procedure snelle per il trasferimento tecnologico. Gli uffici di trasferimento tecnologico delle università devono essere potenziati con personale esperto sia degli aspetti scientifici che di quelli commerciali e legali.
I processi di negoziazione dei contratti di licensing dovrebbero essere standardizzati per le situazioni più comuni, riservando negoziazioni complesse solo ai casi davvero eccezionali. Molte università americane di successo utilizzano template contrattuali pre-negoziati che riducono drasticamente i tempi.

Maggiore coinvolgimento di venture capital e fondi pubblici
Per colmare la “valle della morte” del finanziamento serve maggiore disponibilità di capitale di rischio e di fondi pubblici dedicati allo sviluppo preclinico e clinico iniziale. Strumenti come i proof-of-concept fund, gestiti dalle università o da consorzi, possono finanziare gli studi necessari per rendere una scoperta attraente per gli investitori industriali.
Il venture capital specializzato in biotech può giocare un ruolo importante, ma in Italia questo settore è ancora sottosviluppato rispetto agli Stati Uniti. Servono incentivi fiscali e un ecosistema più favorevole agli investimenti ad alto rischio in innovazione biomedica.

Cultura della collaborazione fin dall’inizio
Forse il punto più importante sottolineato da Giua Marassi è la necessità di promuovere una collaborazione tra accademia e industria fin dalle prime fasi della ricerca, non a posteriori. “Spesso i ricercatori lavorano per anni su un’idea senza sapere se serve davvero. E l’industria non sa cosa stanno facendo i ricercatori. Così ognuno va per conto suo, e poi ci si ritrova troppo tardi”.
Servono progetti multidisciplinari che coinvolgano sin dall’inizio ricercatori accademici, clinici e rappresentanti dell’industria. La formazione congiunta è importante: i ricercatori devono capire cosa significa sviluppare un farmaco, e i manager industriali devono apprezzare la complessità della ricerca scientifica.
Piattaforme digitali condivise
Lo sviluppo di piattaforme digitali per gestire e incrociare i dati è cruciale. Le biobanche, i registri di pazienti, i database genomici devono essere interconnessi e accessibili secondo regole chiare.
L’industria ha bisogno di queste informazioni per prendere decisioni di investimento informate. Un’azienda deve poter stimare quanti pazienti potrebbero beneficiare di un nuovo farmaco, quali sono le loro caratteristiche, dove sono localizzati geograficamente, quali sono gli standard di cura attuali.

L’autocritica dell’industria
Un aspetto particolarmente apprezzabile dell’intervento di Giua Marassi è stata la sua disponibilità all’autocritica. “Non voglio dire che la colpa sia dell’università. Anche l’industria ha le sue responsabilità. Ogni azienda lavora per sé, senza collaborare. C’è solo competizione. E una competizione feroce”.
Questa osservazione è importante. Le aziende farmaceutiche competono ferocemente tra loro, spesso duplicando sforzi e investimenti su target simili, invece di collaborare su alcune fasi dello sviluppo per poi competere su altre. Nel campo delle malattie rare, dove i pazienti sono pochi, questa competizione può essere inefficiente.
Alcune iniziative recenti, come consorzi pre-competitivi in cui diverse aziende condividono dati su fase iniziale di sviluppo farmaci, mostrano che è possibile collaborare mantenendo la competizione dove è appropriata.

Il tempo come fattore critico
Un tema ricorrente nell’intervento è stata l’importanza del tempo. “Per l’industria il tempo è fondamentale. Non è una variabile indipendente”, ha sottolineato Giua Marassi. Nel settore farmaceutico, ogni anno di ritardo nello sviluppo di un farmaco ha costi enormi: costi diretti dello sviluppo, costi opportunità, e soprattutto anni di protezione brevettuale persi.
Ma il tempo è critico anche per i pazienti. Nel caso delle malattie rare, specialmente quelle che colpiscono i bambini, ogni anno di ritardo nell’arrivo di una terapia significa sofferenza, progressione della malattia, vite compromesse o perse.
Accelerare il trasferimento tecnologico, rimuovere le inefficienze burocratiche, semplificare i processi non è solo una questione di efficienza economica: è una questione etica.

Un appello finale: tutti siamo pazienti
Il Prof. Giua Marassi ha concluso il suo intervento con un appello potente: “Perché, alla fine, tutti siamo pazienti. Prima o poi, tutti lo saremo. Più in fretta facciamo, meglio è”.
Questa affermazione riporta la discussione alla sua dimensione umana fondamentale. Al di là delle questioni di brevetti, licensing, venture capital e regolamentazione, c’è un imperativo morale: le persone che soffrono di malattie rare hanno bisogno di terapie, e la società ha il dovere di fare tutto il possibile per trasformare le scoperte scientifiche in cure concrete.
Il ruolo delle grandi aziende farmaceutiche, in questa prospettiva, non è solo quello di massimizzare i profitti per gli azionisti, ma di guidare il processo di innovazione, investire in collaborazioni di lungo termine, supportare la ricerca anche quando il ritorno economico non è immediato.

HEAL ITALIA come modello di integrazione
L’intervento di Giua Marassi ha implicitamente riconosciuto in HEAL ITALIA un modello che cerca di affrontare molte delle problematiche identificate. Il programma è nato come partnership pubblico-privato esteso, include università, IRCCS, enti di ricerca e aziende private fin dall’inizio.
I Centri di Medicina di Precisione con le loro biobanche certificate, i loro database di pazienti, le loro piattaforme tecnologiche rappresentano esattamente quel tipo di infrastruttura condivisa che facilita il trasferimento tecnologico. La presenza di spoke tematici che coprono tutto il percorso dalla scoperta di base (Spoke 1-3) fino alla validazione clinica (Spoke 8) assicura continuità e integrazione.
Il coinvolgimento dell’industria fin dall’inizio nel disegno del programma dovrebbe garantire che la ricerca prodotta sia rilevante per lo sviluppo di terapie concrete. La durata pluriennale del finanziamento PNRR offre quella continuità che è essenziale per portare avanti progetti complessi.
Naturalmente, come ha implicitamente riconosciuto lo stesso Giua Marassi, la semplice esistenza di questa infrastruttura non è sufficiente. Servirà un impegno continuo per mantenere il dialogo tra accademia e industria, per semplificare i processi, per attrarre investimenti privati aggiuntivi, per assicurare che i risultati raggiungano effettivamente i pazienti.
Ma il fatto che un rappresentante di una delle più grandi aziende farmaceutiche mondiali partecipi attivamente a un convegno su un Centro di Medicina di Precisione nascente, condividendo apertamente sfide e proponendo soluzioni, è già un segnale positivo di quella integrazione tra i due mondi che è necessaria per trasformare la promessa della medicina di precisione in realtà terapeutica per i pazienti con malattie rare.

Dott. Bernardo Giua Marassi

Dott. Bernardo Giua Marassi

Responsabile politica industriale e partnership Opella healthcare (gruppo Sanofi) - Partner privato Fondazione HEAL ITALIA

Leggi altri Approfondimenti

Le Officine per la Medicina di Precisione presenta Marche BioBank

Le Officine per la Medicina di Precisione presenta Marche BioBank

L'evento, inserito nell'HEAL ITALIA Roadshow, rappresenta l'occasione di incontro tra mondo politico, sanitario, accademico e d'impresa perché apre nuovi scenari e prospettive sulla sanità regionale e nazionale basate sui Centri...
Leggi l'approfondimento
HEAL Italia presenta le Officine per la Medicina di Precisione: l’evento nazionale del 4 dicembre a Roma

HEAL Italia presenta le Officine per la Medicina di Precisione: l’evento nazionale del 4 dicembre a Roma

Il prossimo 4 dicembre 2025, il Centro Studi Americani di Roma ospiterà la giornata di presentazione del Programma Pilota per la rete dei Centri Digitali di Medicina di Precisione, un'iniziativa...
Leggi l'approfondimento
Officine per la Medicina di Precisione: dove la ricerca diventa cura

Officine per la Medicina di Precisione: dove la ricerca diventa cura

Intervista a Laura Leonardis: come HEAL Italia sta costruendo il luogo fisico e digitale che porta l'innovazione negli ospedali e la medicina personalizzata a tutti i cittadini. Direttore Generale della...
Leggi l'approfondimento